October 2011
E’ evidente: le classifiche ecologiche hanno delle ragioni che la ragione non conosce. Ho appena finito di esternare sul Journal le mie perplessità sui “green ranking” attribuiti dal Newsweek alle più grandi aziende del mondo (il succo: secondo loro l’alta finanza sostanzialmente coincide con l’ecologia) ed ecco un’altra scoperta analoga: Torino – la mia città – è fra le 19 finaliste annunciate dalla Commissione Europea per il titolo di Capitale verde europea 2014.
I torinesi staranno già ridendo. A tutti gli altri spiego i motivi dell’ilarità.
Il background, innanzitutto. Come spiega l’agenzia Ansa, la Commissione Europea
ogni anno seleziona la reginetta europea fra le città più all’avanguardia nel rispetto dell’ambiente e in grado di diventare un modello per altri centri urbani (…) Il giudizio sarà basato su dodici indicatori, come il contributo locale alla lotta contro i cambiamenti climatici, i trasporti, le aree verdi, la qualità dell’aria, il consumo di acqua e la gestione dei rifiuti.
Dal database europeo sulla qualità dell’aria (il cui aggiornamento è fermo al 2009), si ricava che Torino è la seconda città più inquinata in Europa. Sta peggio solo Plovdiv in Bulgaria.
In questo 2011, Torino ha già superato per 71 volte il limite europeo di concentrazione del Pm10 nell’aria. I giorni di sforamento teoricamente consentiti sono 35. E siamo solo ad ottobre, l’inverno deve ancora cominciare.
La raccolta differenziata dei rifiuti a Torino è al 42%. Una percentuale sideralmente lontana dalle vette teutoniche.
Quanto al contributo locale alla lotta ai cambiamenti climatici, questo significherebbe razionalizzare il più possibile l’uso dell’energia e dei combustibili fossili, responsabili dell’effetto serra.
Qualche inverno fa, l’allora sindaco Chiamparino (ok, adesso c’è Fassino, cambierà tutto…) si trovò a conversare di inquinamento ed effetto serra con il climatologo Luca Mercalli nel proprio ufficio, dove era necessario rimediare al riscaldamento a palla del palazzo civico tenendo aperte le finestre.
Ho sentito Mercalli raccontare l’aneddoto con le mie proprie orecchie, e sotto trovate un link a conferma: riferisce anche che l’ex sindaco Chiamparino avrebbe definito “tute bale” il global warming. Questo particolare, per la precisione, a me non risulta. Però le finestre aperte del palazzo civico parlano da sole.
E poi, Torino ha l’eredità olimpica del 2006. Ovvero, è costellata da inutili (e costosi, per noi contribuenti) monumenti al cemento armato. Non riuscite a capacitarvene? Date un’occhiata al villaggio olimpico, le immagini sono di marzo ma nel frattempo non è cambiato proprio un bel niente
E mi vengono a parlare di medaglie ecologiche torinesi. Ma fate il piacere…
Su Ansa Torino in lizza per capitale verde europea 2014
Airbase, il database dell’Ue sulla qualità dell’aria (aggiornato fino al 2009)
Da La mia aria di Legambiente la qualità dell’aria a Torino e in Piemonte nel 2010
Dal sito del Comune di Torino i valori annuali del Pm10 in vari punti della città (ho consultato quelli registrati alla stazione di rilevamento Consolata, centro città)
Dal sito dell’Amiat (la municipalizzata che si occupa di rifiuti) la raccolta differenziata a Torino
Un vecchio articolo di Terranauta gli ambientalisti della domenica, con l’aneddoto delle finestre aperte
Tratto da: Le assurdità delle classifiche ecologiche. Torino in gara come capitale verde dell’Ue | Informare per Resistere http://informarexresistere.fr/2011/10/22/le-assurdita-delle-classifiche-ecologiche-torino-in-gara-come-capitale-verde-dell%e2%80%99ue/#ixzz1bUhLJCfs
http://lepersoneeladignita.corriere.it/2011/10/19/armi/
Mortai contenenti munizioni a grappolo dalla Spagna, pistole, fucili, proiettili d’artiglieria di 155 millimetri e mezzi blindati dall’Italia… È grazie a queste e a tante altre forniture che, dal 2005, il regime libico di Muammar Gheddafi ha potuto incutere terrore alla sua popolazione fino a commettere, nella prima metà di quest’anno, crimini di guerra.
Dev’essere rimasto sorpreso, il colonnello, quando dopo tutto questo afflusso di armi, alcuni dei fornitori gliele hanno rivolte contro nel giro di poche settimane finendo poi per armare i suoi avversari.
Il caso della Libia è solo uno dei cinque descritti in un rapporto di 100 pagine reso pubblico oggi da Amnesty International, in cui l’organizzazione denuncia come, prima dell’inizio della “primavera araba”, Stati Uniti, Russia, e svariati paesi dell’Unione europea abbiano fornito grandi quantità di armi alla Libia così come anche a Bahrein, Egitto, Siria e Yemen, pur avendo le prove del rischio che quelle forniture avrebbero potuto essere usate per compiere gravi violazioni dei diritti umani. Va sottolineato che, almeno per quanto riguarda Usa e Unione europea, si tratta di forniture ufficiali, autorizzate dai governi e documentate.
Austria, Belgio, Bulgaria, Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Repubblica Ceca, Russia e Stati Uniti d’America sono, per quantità di forniture e valore delle esportazioni, i principali paesi messi sotto accusa dal rapporto di Amnesty International. Ce n’é anche per la Cina, che ha rifornito la Libia di Gheddafi di mine anticarro, e per l’India, che ha dato veicoli blindati alla Siria.
“I governi che ora affermano di stare dalla parte della gente in Medio Oriente e Africa del Nord sono gli stessi che fino a poco tempo fa hanno fornito armi, proiettili ed equipaggiamento militare e di polizia usati per uccidere, ferire e imprigionare arbitrariamente migliaia di manifestanti pacifici in paesi come la Tunisia e l’Egitto e tuttora utilizzati dalle forze di sicurezza in Siria e Yemen”.
Sono le parole di Helen Hughes, ricercatrice sul commercio di armi di Amnesty International e principale curatrice del rapporto odierno.
I governi possono cambiare strategie politiche, osannare Gheddafi per poi blandire il Cnt. Ma le armi fornite anni prima restano in uso, magari passando di mano in mano.
E, a differenza dei litri di latte, non scadono velocemente. Buona parte dell’artiglieria pesante rinvenuta in Libia dai ricercatori di Amnesty International pare essere stata prodotta durante l’era sovietica. Il fornitore non esiste più ma le forniture sì: i razzi Grad hanno fatto stragi che chiamano in causa tanto le forze leali a Gheddafi quando i gruppi ribelli.
Secondo i dati esaminati da Amnesty International, Bulgaria, Germania, Italia, Regno Unito, Repubblica Ceca, Russia, Stati Uniti d’America, Turchia e Ucraina hanno fornito assistenza militare o autorizzato esportazioni di armi, munizioni e relativo equipaggiamento allo Yemen, dove quest’anno hanno perso la vita circa 200 manifestanti.
In Siria, i morti sono stati finora almeno 2000. Il principale fornitore di armi è la Russia, che destina al governo di Damasco circa il 10 per cento di tutte le sue esportazioni. Questo dato potrebbe spiegare l’insistenza di Mosca nel porre il veto al Consiglio di sicurezza nei confronti delle proposte di risoluzione contro la Siria. Cui, peraltro, anche la Francia, dal 2005 al 2009, ha venduto munizioni. Dell’India e dei suoi veicoli blindati, abbiamo riferito sopra. E a proposito di carri armati usati per la repressione in Siria, una denuncia investe direttamente l’Italia.
A dare man forte agli ultimi anni del regime di Mubarak in Egitto sono state le forniture, da almeno 20 stati, di armi leggere, munizioni, gas lacrimogeni, prodotti antisommossa ecc. In testa gli Stati Uniti d’America, con forniture per un miliardo e 300 milioni di dollari all’anno, seguiti da Austria, Belgio, Bulgaria, Italia e Svizzera.
Esaminiamo da vicino il caso del paese meno noto, il Bahrein. Lo hanno armato e preparato all’attuale repressione, autorizzando le relative esportazioni, Austria (armi leggere), Belgio (armi leggere e munizioni), Finlandia (fucili e cartucce), Francia (armi leggere, gas lacrimogeni e granate stordenti), Germania (fucili d’assalto, parti di mezzi blindati e mitragliatrici), Italia (armi leggere), Regno Unito (mitragliatrici), Stati Uniti (fucili, gas lacrimogeni, manganelli e altre sostanze chimiche) e Svizzera (armi leggere).
Il rapporto di Amnesty International prende atto che quest’anno la comunità internazionale ha fatto alcuni passi avanti, limitando i trasferimenti internazionali di armi a Bahrein, Egitto, Libia, Siria e Yemen.
Ma, sottolinea l’organizzazione per i diritti umani, serve qualcosa di più e di meglio di un intervento a crisi dei diritti umani in atto. Dice ancora Helen Hughes, con un filo di ottimismo:
“Ciò di cui il mondo ha bisogno è che si valuti rigorosamente e caso per caso ogni proposta di trasferimento di armi in modo tale che, se vi è il rischio sostanziale che queste potranno essere usate per compiere o facilitare gravi violazioni dei diritti umani, il governo dovrà mostrare semaforo rosso. Questa ‘regola aurea’ preventiva è già contenuta nella bozza di Trattato sul commercio delle armi, i cui negoziati riprenderanno all’Onu il prossimo febbraio”.
Speriamo che questa “regola aurea” si affermi.
Potrei essere vostra madre, o vostra sorella - per fortuna non lo sono, perché immagino che per quanto amiate le vostre madri e sorelle, la loro saggezza vi appaia come un altro pezzo di quel presunto perbenismo che siete venuti a disfare con le vostre mani, con le vostre braccia giovani, con le vostre spranghe e i vostri bastoni. Ma non sono né vostra madre né vostra sorella, sono una giornalista, lavoro da tanti anni in una radio indipendente, e da poco meno di un anno faccio un lavoro che prima nemmeno esisteva, il curatore di social media, una persona che verifica e sceglie contenuti tratti dal lavoro collettivo della rete per produrre a sua volta contenuti informativi. Seguo da dieci mesi le rivolte arabe, e questo mi ha cambiato la vita. Non solo perché le rivolte l’hanno cambiata a tante persone, ma perché le migliaia di ragazze e ragazzi che stanno lottando per il futuro dei loro paesi mi hanno restituito la passione civile, mi hanno fatto sentire interrogata sui modi in cui facciamo politica, mi hanno strappato dal meccanismo di delega vuota degli ultimi quindici anni, e mi hanno fatto restare in un paese che prima volevo lasciare. Studiare l’attivismo in rete mi ha condotto alle stesse conclusioni di altre decine di curatori: non esiste bloggare o twittare da una posizione di neutralità; si può offrire alla rete la propria esperienza di verifica, di studio, di approfondimento, ma si diventa partecipi, e in qualche modo attivisti, senza quasi rendersene conto, senza averlo deciso. E un bel mattino si accetta che sia così. Perché, vi assicuro, non si può stare immersi nella lotta di piazza Tahrir senza sentirsi in qualche modo responsabilizzati, interrogati nel profondo, chiamati - non a riempirsi la bocca di slogan, ma a fare sul serio. E così come faccio dirette Twitter sul Cairo col cuore in gola perché ad ogni sit-in o corteo uno di quei ragazzi può lasciarci la pelle - come è successo a Mina Daniel, disarmato, durante il massacro dei copti il 9 ottobre - così ho twittato la Roma del #15O con crescente apprensione. Ho avuto paura che vi faceste accoppare da un poliziotto che perdeva la testa. Ho avuto paura che vi faceste pestare a sangue come chi è stato a Genova dieci anni fa ricorda bene e non dimenticherà mai. Ho avuto paura che saltaste in aria nell’esplosione di una di quelle auto che avete bruciato. Ho avuto paura che uno di quei blindati ubriachi vi investisse. Ho avuto paura che ammazzaste un poliziotto. Ho avuto paura che il vostro disprezzo evidente per la gran massa di gente perbene fra cui vi siete mimetizzati vi portasse a ferire, o a uccidere, o a far uccidere, una persona che un bastone o una spranga non li userebbe mai.
Poi ho capito che voi non avete paura. Voi vi piacete così, vi sentite belli con la vostra ferocia, con la vostra rapida coreografia della morte, ho capito che corteggiate il pericolo, che non vi importa delle conseguenze, che pensate di non avere niente da perdere (e siete troppo giovani per capire che invece avete parecchio), e soprattutto ho capito che non state costruendo niente. Senza quella folla immensa in cui vi siete nascosti - lo sapete benissimo - non siete niente, nessuno vi guarda, nessuno si cura di voi, non contate un accidenti. È vero, siete bellissimi e subdoli e veloci come un branco di lupi che discende in pianura. I miei amici antagonisti vi ammirano, sono dalla vostra parte, riconoscono in voi una rabbia profonda che tutti proviamo. Salvo poi essere un filo confusi - infiltrati della polizia oppure intrepidi compagni?
Devo scrivervi perché ho rispetto per chi muore per le cose in cui crede. Per chi non ha scelta. Per chi in piazza ci va studiando, facendo fatica, mediando con persone che la pensano diversamente. Per chi si stanca, e piange, per chi diventa eroe suo malgrado, e perde amici e fratelli, e pure non smette. Per chi da dieci mesi non dorme una notte intera, per chi si interessa della democrazia e si domanda come crearne una che funzioni e darle il proprio contributo. Per chi si fa un culo pazzesco nelle scuole, nella magistratura, nei sindacati clandestini, nei giornali censurati, nella tutela legale dei prigionieri politici, nel servizio d’ordine della piazza più rivoluzionaria del mondo. Per chi va in galera a vent’anni per aver scritto una cosa di troppo in un blog, o viene torturato per un graffito. Per chi rinunciando ad armarsi ha scelto la strada più lunga e produttiva. Per chi le botte e i gas lacrimogeni se li risparmierebbe se potesse, per chi i sassi li tira perché ha di fronte un apparato infernale e corrotto che da 40 anni lo schiaccia e lo tortura - e non per modo di dire. Per chi soltanto una settimana fa ha visto i soldati gettare nel Nilo cadaveri di cristiani disarmati. Voi siete solo imitatori, attori, pedine. Non avete rispetto per i vostri diritti, e ricoprite un ruolo ridicolo nella stessa recita che tanto detestate. È nato un movimento internazionale, se vi va di rendervene conto, che potrebbe perfino salvarci dal nostro provincialismo. Ha quattro regole in croce, e chiede di rispettare solo quelle. Ha scelto la resistenza passiva - la studia, la pratica, sa a cosa serve. Se volete, è anche casa vostra. Sta a voi. Dentro al movimento, con le vostre forti braccia e magari anche il cervello, potete sperare di contare qualcosa. Ma se non avete rispetto, se non vi fidate di nessuno, se siete cinici e nichilisti e avete già deciso che non cambierà mai niente, se pensate di essere un po’ più derubati degli altri, più precari degli altri, più disoccupati degli altri, allora andate a fare gli esclusi per scelta sugli spalti degli stadi, o a spaccare vetrine da soli finché non sarete cresciuti - con la vostra illusione di avere sempre ragione, di sfidare il sistema, o di distruggere i simboli della proprietà privata mentre è vostro padre che paga ancora le rate. Vi va bene che siete italiani. Vi va bene che qui c’è qualcuno a cui fa comodo che esistiate, che finge di non vedere i bastoni nascosti a San Giovanni dalla sera prima, che non vi ferma alla stazione Termini mentre passate col viso coperto e un metro di legno che vi spunta dagli zaini. Vi va bene che qui il rapporto di fiducia con la polizia è così corroso e malato che a via Merulana si è fatta un’assemblea tragica in mezzo ai lacrimogeni per decidere se consegnare o no 3 di voi agli agenti - perché la polizia è maiale se ti carica, o se carica quelli sbagliati, ma è anche vigliacca se non ti protegge dai provocatori. Vi va bene che siete nati in un paese così bizantino e pieno di segreti che le teorie del complotto sono sempre lecite. Vi va bene che siete in un paese vecchio, l’unico in cui il movimento che dichiara la fine di un sistema fallimentare scende in piazza ancora coi suoi stracci di bandiere, con le sue divisioni tribali, con i suoi rottami di sindacato, col suo ritardo spaventoso in un paese governato da un impunito. Vi va bene che siete in un paese ipocrita, teatrale, che sfila in tv ma poi alle assemblee di discussione non ci va, e che ha aspettato invano per anni che qualcuno lo chiamasse in piazza invece di andarci e basta. E vi va bene che siamo ancora così stupidi da organizzare cortei-fiume in mezzo ai palazzi più preziosi del mondo invece di occupare pacificamente una piazza - perché certo, poi ci toccherebbe anche metterla in sicurezza noi stessi, e tenerla pulita, e prendercene la responsabilità. Vi va bene che vi sia stato offerto di nuovo un palcoscenico - voi, e tre ore di caroselli anni ‘70 delle camionette in diretta tv. Col “sistema” sembrate d’accordo almeno su una cosa: sul fatto che è meglio non manifestare del tutto, che è meglio tenere la bocca chiusa e starsene a casa, cioè esattamente l’opposto di quello che reclama questo movimento - il diritto a riprendersi lo spazio pubblico, e a usarlo per il bene comune. Avrete pure vent’anni ma siete vecchi anche voi, non scandalizzate nessuno, e vi lasciate usare. Vi hanno fatto credere che la prima linea sia quella piazza da cui avete divelto i sanpietrini, e ci siete cascati. E invece, come vi dirà qualunque vero rivoluzionario, la prima linea è dentro, e si trova insieme, e costa tempo, pazienza, e fatica.
Una cosa è sicura - questo movimento sarà anche ingenuo, ma tanto non sarete voi a cambiare il mondo. Avreste dovuto restare a bocca aperta, quando la basilica ha aperto i suoi giardini ai manifestanti soffocati dai lacrimogeni a San Giovanni. A bocca aperta per la bellezza straordinaria di quel luogo che appartiene all’umanità intera, e che è nostro privilegio conservare a prescindere dalla fede religiosa. E qualcuno avrebbe dovuto dirvi che a gennaio, per proteggere con una catena umana il Museo Egizio del Cairo, uomini e donne si sono presi per mano mentre dai tetti gli sparavano addosso i cecchini del loro stesso presidente. E che quegli uomini e quelle donne sanno che la non-violenza ha un prezzo salato, come 700 morti, che non si finisce mai di pagare. Ma ci ricordano che è uno strumento collettivo di straordinaria civiltà e potenza; ti permette di vincere battaglie decisive, ti migliora, ti moltiplica, ti eleva, ti fa contare sul serio, e ti conquista il rispetto del mondo.Marina Petrillo
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http://crisis.blogosfere.it/2011/10/basta-i-cortei-non-servono-ad-un-accidente.html
Il piagnisteo generale è ora sul tema “Tutti parlano delle devastazioni, e nessuno parla dei motivi importanti della manifestazione”. La mia opinione è che, se il corteo si fosse svolto tranquillamente, di tali motivi importanti non sarebbe fregato nulla a nessuno lo stesso. O pensate forse che oggi, a reti unificate e in tutti i bar d’Italia, si starebbe parlando di debiti, default, banche predatorie, crisi, derivati, e crollo del sistema economico globale? Un milione di persone in strada, come è successo altre mille volte in Italia, e come altre mille volte non serve a un accidente.
Noi siamo maniaci dei cortei. In nessun posto come qui, c’è la fissa dei cortei. C’è gente che ne ha fatto quasi un mestiere, dell’organizzare cortei: la “mani”, la chiamano tali specialisti. Non credo si siano mai chiesti se la manifestazione serva a qualcosa, in particolare se serva a qualcosa quando si protesta contro organismi e decisioni sovranazionali. Un conto è il corteo contro la Gelmini, un conto contro il sistema finanziario globale. Ma in Italia si vuole fare la sfilata, tutti insieme con gli amici, “festosa e gioiosa” come chiede orribilmente Vendola: evidentemente ci si aspetta che si festeggi la crisi e le sue conseguenze saltellando in strada e poi tutti a casa.
Un atteggiamento completamente schizzato: ieri hanno intervistato una pacifista, che condannava gli scontri. Il suo collettivo? “Atenei in rivolta”.
La mia sensazione è che il movimento italiano non stia capendo nulla della situazione, non abbia una strategia di protesta o persino di “rivolta”, e che propabilmente sia capeggiato, come tutte le cose in Italia, dai soliti quattro babbioni vecchi come il cucco che sanno usare solo i sistemi di 30 anni fa.
Un milione di persone in piazza andrebbero spese molto meglio. Se non si fa la presa del Palazzo d’Inverno (la rivoluzione violenta su cui, con la massima nonchalance, discettavano fino a ieri persino autorevoli giornalisti e politici, gli stessi che oggi invocano sistemi gandhiani), che si usino almeno in un modo intelligente. Accampate al Circo Massimo, diecimila persone basterebbero per fermare Roma a brevi flash e, studiando uno straccio di cartina, potrebbero bloccare l’arrivo dei pezzi grossi dall’aeroporto di Ciampino, che regolarmente attraversano la città a duecento all’ora facendo strage di motociclisti e passanti costretti a buttarsi nei fossi per evitare le auto blu.
Occupy Wall Street sta in strada da 30 giorni. Erano 20 persone, all’inizio, oggi sono migliaia. E si fanno arrestare in massa, ogni giorno, disobbedendo alle assurde leggi repressive che vigono colà (ad esempio: vietato scendere dal marciapiede). Noi abbiamo un “potenziale di fuoco” pacifico di un milione di persone, e lo sprechiamo piagnucolando sui blac bloc che ci rovinano la festicciola, e poi tornando a casa con la coda fra le gambe. Il Circo Massimo era a due passi, ieri: ci fosse stato un cane pronto a lanciare un’idea alternativa lì per lì.
Il modello di battaglia di questa era, è piazza Tahrir. Occupare in migliaia uno spazio, permanentemente, e tenerlo col ricambio delle presenze (tutti trovano un’ora o due giorni per andare a presidiare): allestendo tendopoli, chioschi, facendo assemblee, disturbando con flash mob, resistendo allo sgombero, facendosi arrestare. Da piazza Tahrir a Wall Street, sta funzionando bene e trova la solidarietà della popolazione, della stampa che non può fiatare e persino di qualche membro delle forze dell’ordine.
http://lepersoneeladignita.corriere.it/2011/10/17/oggi-e-la-giornata-mondiale-contro-la-poverta/
Non ha molto senso riempire le prossime righe di statistiche, percentuali e numeri. Ricordiamo quelli essenziali: almeno 963 milioni di persone ogni sera vanno a dormire affamate, un miliardo di persone vive in insediamenti abitativi precari, 350.000 donne all’anno muoiono per complicazioni legate alla gravidanza, 1,3 miliardi di persone non hanno accesso all’assistenza sanitaria di base, 2,5 miliardi di persone non hanno servizi igienici adeguati e 20.000 bambini ogni giorno muoiono per questa ragione.
Che la povertà sia ciò che accomuna la maggioranza degli abitanti del pianeta è un fatto noto, così come la sensazione che la porta d’ingresso per entrare in quella maggioranza sia sempre più vicina. Più che ricordare la povertà, dovremmo ricordare oggi l’impoverimento globale.
Ma oggi è anche la giornata in cui le organizzazioni non governative ricordano che esiste una terza possibilità, oltre a quella di morire chiedendo la carità o morire con un fucile in mano: lottare per l’accesso ai diritti economici e sociali, richiamando i governi al loro rispetto e alla loro applicazione.
Due anni e mezzo fa, nel maggio 2009, Amnesty International ha lanciato una campagna dal titolo perentorio: “Io pretendo dignità”. Quel titolo dice due cose: che la povertà non è solo assenza di reddito, ma anche e soprattutto assenza di diritti; che acqua, cibo, salute, lavoro, alloggio, istruzione, sicurezza sociale sono le condizioni indispensabili per una vita degna di essere vissuta.
Quella campagna ha contribuito a un primo sviluppo importante sul piano della giustizia internazionale: l’inizio del processo di ratifica del Protocollo opzionale al Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, adottato dalle Nazioni Unite nel dicembre 2008. Il Protocollo consente a singole persone e gruppi di persone di chiedere giustizia agli organismi delle Nazioni Unite nel caso in cui i diritti contenuti nel Patto (quei diritti che elencavo sopra e che danno senso alla parola “dignità”) siano violati dal loro governo. Mongolia, Ecuador, Spagna ed El Salvador lo hanno ratificato. Mancano così sei ratifiche all’entrata effettiva in vigore. Possiamo sperare che quella italiana sia tra queste?
I governi di Burkina Faso e della Sierra Leone si sono impegnati pubblicamente a garantire cure mediche gratuite alle donne incinte. Alcuni dei numerosi sgomberi forzati che hanno luogo quasi ogni giorno in diverse parti del mondo sono stati fermati (in Romania, Angola, Ghana) mentre in America Latina (segnatamente in Argentina e Paraguay) importanti sentenze o negoziati patrocinati dai governi hanno dato ragione alle comunità native che lottano da anni per mantenere o recuperare il possesso delle terre ancestrali.
Le aziende continuano a portare avanti attività che hanno un impatto negativo su diritti umani e ambiente, ma sempre più spesso vengono chiamate a rispondere del loro operato e come è successo per la Chevron in Ecuador e per la multinazionale Trafigura in Costa D’Avorio. Le responsabilità delle imprese petrolifere per i danni ambientali che hanno reso il Delta del Niger una delle zone più invivibili del pianeta cominciano a emergere, così come si fanno sempre più pressanti le richieste, da un lato al governo nigeriano di assicurare che le aziende rispondano dell’impatto dell’inquinamento petrolifero sui diritti umani e sull’ambiente, dall’altro alle stesse compagnie, tra cui Shell ed Eni, affinché adottino misure immediate per bonificare il territorio.
Insomma, se da un lato in questi mesi sembra che vi si sia maggiore propensione a salvare una banca e ad accudire i mercati piuttosto che a salvare e accogliere i migranti e i rifugiati a bordo di una piccola barca nel Mediterraneo, dall’altro ciò che emerge in questa Giornata è che la povertà non è un destino, non è una malattia incurabile e non è una dimensione perenne. Ci si può piombare dentro, se ne può uscire. Sta ai governi prendere le decisioni in un senso o nell’altro. E sta a tutti noi, fargliele prendere giuste e ricordare i loro doveri, le loro responsabilità e i loro obblighi, tutti i giorni.
E ieri, a Roma, se ne è avuta l’ennesima conferma. Adesso, e per giorni, ci toccherà la litania delle dichiarazioni, delle prese di posizione e dei distinguo. Dallo scontro in piazza a quello sui giornali tra pompieri e incendiari.
L’ipocrisia permanente è infatti l’unica categoria che non sente alcuna crisi e si espande a macchia d’olio per il paese.
Ieri abbiamo assistito a un ben triste spettacolo, il cui epilogo, paradossalmente, è quasi positivo poichè parliamo di feriti e non di morti.
Daltronde tutti sapevano che a Roma non sarebbe stata una passeggiata: le tante “soggettività” (altra parola che non sopporto..) che si erano date appuntamento nella capitale ci andavano – ognuna con la sua organizzazione piccola o grande di riferimento – facendo bellamente sapere che avrebbero fatto ognuno quel che gli pareva.
Se a questo aggiungiamo che Roma è il terreno delle bande degli ultras e delle tifoserie neofasciste, gli stessi che hanno assaltato caserme intere dopo l’omicidio Sandri, era evidente che un qualsiasi babbeo poteva infiltrarsi senza colpo ferire e fare a mazzate, cosa puntualmente avvenuta.
A questo si aggiunge una gestione politica dell’ordine pubblico a dir poco criminale, con i caroselli di autoblindo in piazza San Giovanni come non si vedeva dagli anni ’60: i mezzi dei carabinieri che si scontravano fra loro e venivano dati alle fiamme, gli idranti e le cariche, i san pietrini tirati addosso ai polizziotti e che li rimandavano indietro. Pareva che anche le forze di polizia fossero state abbandonate a se stesse da uno Stato in disarmo e che nel casino generale ogni reparto, nella sua “soggettività” facesse un po’ come gli pareva.
Mentre poi a tarda sera i politici cominciavano a balbettare le loro prime reazioni di condanna o di distinguo, mi restano impresse le parole della nostra inviata Giusi Marcante, che incrociando un funzionario di polizia in una Roma fumante gli chiedeva come era stata possibile una simile improvvisazione nella gestione della piazza. “Me lo chiedo anch’io”, è stata la sconsolante risposta.
Non poter partecipare a una manifestazione planetaria contro il capitalismo finanziario se non facendolo diventare un piccolo macello da stadio è un destino ben miserabile a cui bisognerebbe ribellarsi.” —Un brutto paese
Vogliamo solamente condannarli, o peggio ancora liquidare il tutto nel dibattito infiltrati/provocatori, o qualcuno proverà a politicizzare ciò che rimane ancora nell’ambito del pre-politico, dell’incazzatura fine a se stessa? Mancando l’organizzazione (che ieri non c’era assolutamente, come si sarà reso conto chiunque fosse presente), la gente si esprime in questo modo. Ci è arrivato addirittura Il Manifesto, oggi. Anni di precarietà, di non politica, di sconfitte, e ancora ci fingiamo stupiti di fronte a qualche scontro? Ma quello successo ieri è il minimo, l’obiettivo è organizzare quella gente, non condannarla, o peggio fare finta di non vederla (o peggio ancora, esaltarla quando si scontra in Val di Susa o a Chiaiano e delegittimarla quando non serve ai propri scopi, non capendo che si tratta fisicamente delle medesime persone), e di non capire che quella gente fa parte dei nostri percorsi. Cioè, al netto degli ultras da stadio e dei rioters di professione, rimaneva in quella piazza un gran numero di compagni che si sono uniti a quel modo di esprimere la propria necessità di ribellione. Oggi noi possiamo non vederli, ma forse sarebbe più opportuno tentare l’organizzazione o lo sbocco politico.” —Alessandro – Collettivo Militant
Israele scopre le nuove frontiere del boicottaggio nello sport. Non soltanto il Kuwait, l’Arabia Saudita o l’Iran. Ora il confronto con gli atleti di Tel Aviv è rifiutato persino da un Paese come la Tunisia che non si era mai messo di traverso. Ieri, ai Mondiali di scherma di Catania, una delle migliori spadiste africane, Sarra Besbes, è salita in pedana nel girone di qualificazione contro l’israeliana Noam Mills ma è rimasta completamente passiva al punto da subire a raffica le cinque stoccate che le hanno fatto perdere l’incontro.
[…] Se il boicottaggio mascherato prende piede chissà cosa succederà ai Giochi di Londra 2012.
Think different: billionaires are not on your side.